«Per i pantaloni ci vuole classe»

di Enrico Matzeu
Siamo entrati nell’atelier di Raffaella Curiel, nel cuore di Milano, per capire meglio i segreti di una delle poche vere stiliste d’Alta Moda rimaste in Italia. Ecco la nostra intervista.

Raffaella-CurielEntrare nell’atelier di Raffaella Curiel, nel cuore di Milano, a due passi da piazza San Babila, significa immergersi interamente nella storia italiana della moda per signora. Noi ci siamo andati per capire meglio i segreti di una delle poche vere stiliste d’Alta Moda rimaste in Italia: ha vestito mogli di primi ministri, donne di potere e molte rappresentanti della borghesia nostrana. Sulle pareti del suo atelier c’è appeso tutto il patrimonio della Maison Curiel, ovvero quei bozzetti e quegli schizzi di Ortensia e Gigliola Curiel, rispettivamente prozia e mamma di Raffaella, che hanno a modo loro fatto la storia del costume italiano. Una vicenda, quella delle stiliste, che parte da Trieste e che arriva a Milano, dove negli anni hanno creato gli abiti più belli per le prime alla Scala, arrivando, con il loro stile, a sfilare nelle ambasciate di tutto il mondo. Oggi Raffaella Curiel ha trasmesso anche alla figlia Gigliola la sua passione, e assieme firmano le collezioni di abiti e accessori, con i quali sfilano nella capitale durante Alta Roma.

Raffaella Curiel con Pia Berlucchi e Marta Marzotto.

Raffaella Curiel con Pia Berlucchi e Marta Marzotto.

ABITI PER DONNE FACOLTOSE
Nell’atelier, sarte precisissime cuciono a mano capo per capo, come vuole l’Alta Moda, applicando dettagli preziosi su tessuti altrettanto pregiati. Qui, tra i tavoli ricchi di fiori profumati, vengono tutt’oggi signore che amano lo stile Curiel, come l’ex sindaco di Milano Letizia Moratti, Lella Bertinotti e la moglie dell’ex premier Mario Monti, la signora Elsa Antonioli. È forse a loro che pensa la Curiel quando crea i suoi completi dall’allure bon-ton, cercando, sicuramente, anche di dare consigli su cosa indossare nelle grandi occasioni. Perché la Curiel non è una che le manda a dire, anzi ha le idee ben chiare su cosa deve o non deve mettersi addosso una donna, e soprattutto come lo deve portare. L’eleganza è sempre stato un tratto distintivo del suo fare moda ed è per questo che siamo andati a conoscerla e a chiederle qualche consiglio su come si dovrebbe vestire una vera signora.

DOMANDA: Lei ha proseguito l’attività di sua mamma Gigliola e di sua prozia Ortensia, cos’ha dato in più l’essere donne al vostro atelier?
R: Siamo effettivamente quattro generazioni di donne. Appartenere al sesso femminile vuol dire avere una certa sensibilità e capire le necessità delle altre donne, necessità molto diverse da quelle degli uomini. Per carità, ci sono anche dei bravissimi sarti che hanno avuto grande successo creando abiti femminili, ma penso che forse per una donna è più facile poter comprendere la psiche delle sue ‘simili’. Chi veste, in fondo, deve essere anche un po’ psicologo. Poi noi abbiamo una marcia in più.
D:In che senso?
R: La marcia in più è lo stile, perché vestire Curiel è un modo di essere, che non c’entra nulla con essere alla moda.
D: Ovvero?
R: Ovvero scegliere di essere di classe, di essere femminile. Il nostro è un modo abbastanza contenuto di vestire. C’è sempre un tocco particolare, ma la nostra è una moda che definirei ‘silenziosa’, per nulla chiassosa.
D: Anche sua figlia Gigliola ha seguito le sue orme e ora ha anche una sua linea, come le ha trasmesso questa passione?
R: Penso sia nel Dna. Gigliola è cresciuta in sartoria, in mezzo ai vestiti. Io però ho fatto di tutto purché facesse la sua strada, quindi prima le ho fatto fare l’Università. Si è laureata alla Bocconi a 22 anni. Poi inevitabilmente è entrata in atelier, perché mi ha detto: «Mamma io voglio fare moda!».

Raffaella Curiel e la figlio Gigliola dopo una sfilata.

Raffaella Curiel e la figlio Gigliola dopo una sfilata.

D: Da molto tempo lei lavora nell’Alta Moda italiana, com’è cambiata in questi ultimi anni secondo lei?
R: La moda ha avuto nella storia sempre delle grandi evoluzioni, si pensi agli Anni ’30 e poi al New Look inventato da Christian Dior. Ultimamente, invece, si inventa davvero molto poco. Per carità, in giro si vedono molta fantasia e tanta creatività, ma non si fa molta ricerca sulle forme e sulle linee, ad esempio.
D: E come mai secondo lei?
R: Perché è difficile trovare qualcosa di nuovo, soprattutto considerando che il corpo femminile è sempre lo stesso e riuscire a modificarne la silhouette è davvero difficile. Io per prima ho delle difficoltà in questo senso. Molti stilisti si rifanno al passato, agli anni ’50 e ultimamente molto anche agli anni ’80.
D: Ci sono delle donne che sono riuscite a vestire Curiel in modo originale?
R: Io ho a cuore tutte le donne allo stesso modo, soprattutto quelle che vestono Curiel, quindi non faccio differenze.

D: Quanto è importante per lei la cultura nella moda?
R: Io sono quella che in Italia si è inventata il binomio moda-cultura già nel 1982. Ora lo fanno tutti, ma all’epoca non era così. Decisi di ispirarmi e omaggiare grandi nomi dell’arte, da Balla a De Pero, passando per Goya, Picasso e Velasquez. Ho dedicato intere collezioni e gli abiti più belli ai loro dipinti. Ma d’ispirazione per me sono stati anche grandi scrittori come Victor Hugo e Marcel Proust, che è stato uno dei migliori narratore di moda tra l’800 e il ‘900.
D: Quindi la sua ricerca parte da lì?
R: Certamente. Per me questo tipo di ricerca è importantissimo. A dire il vero, secondo me, è proprio lì che si possono trovare ispirazioni nuove di cose che non sono ancora state reinterpretate nella moda e ci sono mille modi per farlo.
D: La sua ultima collezione, quella per la primavera/estate 2016 è ricca di fiori, com’è nata?
R: Nel momento in cui finisco una collezione, comincio subito a tormentarmi su cosa fare dopo e in un momento storico così pesante, fatto di guerre e di molta instabilità, ho sentito forte la necessità dentro di me di luce, di colore.

D: E perché ha pensato ai fiori?
R: Perché ho due grandi hobby: la musica e il giardinaggio. Non è stato per me così difficile reinterpretare i fiori, perché oltre a prendermene sempre cura, ce li ho ben chiari in mente, per come sono fatti, per le loro forme e le loro sfumature. Non mi sono limitata però a fare delle stampe fiorate, a far quello sono capaci tutti. Ho creato anche degli abiti e dei pantaloni con petali applicati, difficili da realizzare ma che distinguono un abito di Alta Moda da uno di prêt à porter.
D: Lei veste molte signore di classe, cosa secondo lei non deve mancare mai in un guardaroba femminile?
R: Su questo ho le idee molto chiare: un tailleur nero. Il tailleur è un capo indispensabile per una donna, perché può essere indossato davvero in tutte le occasioni. Magari anche con il pantalone, perché anche il pantalone ha la sua eleganza.

D: Come si fa allora a essere eleganti con i pantaloni?
R: Bisogna essere femminili, anche qui è una questione di Dna secondo me. Per essere eleganti con i pantaloni bisogna saper camminare e muoversi nel modo giusto, oltre a saper scegliere il modello che più si confà al proprio fisico.
D: Ovvero?
R: Oggi vedo molte donne che indossano i pantaloni e stanno molto male. Purtroppo non c’è più un’educazione e un senso critico al buon gusto. Chiunque indossa tutto, anche se non gli sta bene. Una donna deve saper scegliere, farsi consigliare.
D: Per le donne che vogliono essere eleganti in un’occasione importante, cosa consiglia di indossare?
R: Come le dicevo con il tailleur non si sbaglia mai, però a questo punto mi sento di consigliare un curiellino (ride, ndr), ovvero il famoso tubino inventato da mia mamma Gigliola.

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Publicato in: Persone, Protagonisti, Stile Argomenti: , , , , , Data: 10-03-2016 07:36 PM


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