Glamour

«Amal la vesto io»

di Antonella Scutiero
A tu per tu con Camillo Bona che ha firmato alcune creazioni scelte da Mrs. Clooney.
Amal Alamuddin, la moglie di George Clooney.

Amal Alamuddin, la moglie di George Clooney.

Ha vestito dive come Anita Ekberg e Gina Lollobrigida. Protagoniste dello showbusiness come Eva Grimaldi, Mara Viener e Francesca Dellera. E ora ha conquistato anche il cuore di Amal Clooney, che gli ha chiesto in anteprima un abito della sua nuova collezione. Lo stilista Camillo Bona, che ha festeggiato i vent’anni d’alta moda tornando in passerella per AltaRoma nel luogo dell’esordio, la suggestiva cornice dell’Acquario Romano realizzato nel 1885 dall’architetto Ettore Bernich, disegna i suoi abiti nelle storiche sedi di Via Garibaldi a Monterotondo e di Via Francesco Crispi a Roma. Veste una donna elegante nella sua normalità, ed ascoltandolo si capisce perché Amal Alamuddin abbia voluto le sue creazioni, che ha potuto in anteprima. «È la modella perfetta, perché è lei che veste l’abito, non il contrario».

Camillo Bona con l'abito realizzato per Amal Clooney.

Camillo Bona con l’abito realizzato per Amal Clooney.

DOMANDA: Bona, come è avvenuto l’incontro con Amal?
RISPOSTA: Quest’estate è venuta da me una signora di Roma che mi ha chiesto degli abiti per un matrimonio elegante per lei e sua figlia. Io non lo sapevo, ma il matrimonio era quello di Clooney. Amal li ha visti e ha chiesto chi li avesse realizzati.
D: E poi?
R: E poi si è procurata i miei contatti e mi ha chiamato. Sono andato a Como, nella villa di George Clooney, e ho mostrato le mie creazioni, abbiamo provato degli abiti. Me ne ha scelti cinque, il primo l’ha indossato in Grecia, subito dopo il matrimonio. Così si è creato questo contatto bellissimo.
D: Ha visto anche la sua nuova collezione.
R: Esatto, ha scelto un abito vedendo solo un bozzetto.
D: Una bella soddisfazione.
R: Sì, sono felice perchè lei rappresenta esattamente il mio tipo di donna. Non è una che mette solo abiti da sera, è una donna che lavora, una professionista stimata, che non rinuncia a essere elegante e raffinata.
D: Cosa le ha detto vedendo le sue creazioni?
R: Ha detto «finalmente delle cose diverse» perché effettivamente è difficile trovare degli abiti da giorno particolari. Lei mi ha sempre detto: «Sono un avvocato, ho una professione, ho bisogno di abiti belli ma mettibili».
D: Com’è vestire una delle donne più ammirate del momento?
R: Amal è una che aiuta molto. Le avevo disegnato un vestito di cotone bianco e rosso che addosso a chiunque sarebbe sembrato una vestaglietta. Su di lei era un’altra cosa, sembrava Jaqueline Kennedy. È lei che indossa gli abiti, è questo il bello: non arriva prima l’abito, ma la sua personalità, e fa vivere il vestito.
D: Lei ha collaborato anche con tante altre donne famose. Ha qualche aneddoto particolare?
R: Sì, assolutamente. Ricordo una volta Francesca Dellera doveva indossare un mio abito per un servizio fotografico, e fece stringere così tanto il bustino che alla fine, dopo tanto lavoro, le scoppiò. Oppure ricordo il periodo vissuto a stretto contatto con Mara Venier, una persona molto solare e simpatica, che ho seguito per tutto il Cantagiro.
D: Com’è la donna della sua primavera-estate?
R: Mi sono ispirato al pittore ottocentesco Silvestro Lega, della corrente dei Macchiaioli. Ho provato a ritrasmettere le emozioni, le sensazioni dei suoi quadri. Sono sempre stato colpito da questa apparente normalità, dalla quotidianità. Che mi danno l’idea di un estrema eleganza, raffinatezza. Ho provato a riportare questa sensazione nella collezione senza cadere nel costume.
D: I suoi abiti in effetti sembrano ben lontani da certe creazioni da passerella, poco mettibili nella vita reale.
R: Assolutamente, quella non mi appartiene come modalità, io cerco sempre di fare alta moda, alto artigianato, ma le donne devono indossarlo nella vita reale, devono farlo vivere.
D: Qualche consiglio alle donne per la prossima stagione?
R: Non inseguire la moda, assolutamente. Bisogna cercare di indossare abiti adatti alla persona, si deve vedere che il vestito appartiene a chi lo indossa. È inutile cercare di stupire con cose improbabili: più sono normali, più nascondono raffinatezza, quello chic difficile da raggiungere. È quello il vero segreto.
D: Lei ha festeggiato vent’anni d’alta moda. Com’è cambiata la moda italiana in questo periodo?
R: In peggio. Mi accorgo sempre di più che tutto si guarda meno che gli abiti. Soprattutto i media danno molto più risalto a quello che uno si può inventare.
D: Come dovrebbe essere invece?
R: L’attenzione dovrebbe ritornare sul prodotto. Dobbiamo riuscire a parlare degli abiti, non di quello che c’è intorno, sennò è una gara a chi si inventa la cavolata più grossa. La trovo un’offesa all’artigianalità italiana, a chi lavora veramente.
D: Per fortuna la moda italiana continua a essere riconosciuta come un’eccellenza.
R: Sì, ma soprattutto all’estero. Quando giriamo per il mondo, l’italiano è sinonimo di grande eccellenza. Qui da noi non viene riconosciuto così. Basta guardare la rassegna stampa di Alta Roma: si parla di tutto fuorché degli abiti. Ed è questo che rovina la moda.

© RIPRODUZIONE RISERVATA


Lascia un Commento

*